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DA OPERAI RESPONSABILI NELLA VIGNA DEL SIGNORE

di don Fabio Bartoli, Referente Ecclesiale della Comunità Maria

Aprendo il convegno diocesano a Roma, nella basilica di S. Giovanni in Laterano, il Santo Padre ha lanciato una specie di slogan, dicendo che ` ora di passare "dalla collaborazione alla corresponsabilità". Mi piace molto questa frase, che mi sembra echeggiare quella di Gesù: "non vi chiamo più servi, ma amici" (Cfr. Gv. 15,15).
Ciò che voleva dire infatti il Papa è che la Chiesa non ha bisogno di esecutori di ordini, ma di persone che sappiano farsi carico in maniera intelligente e responsabile, ciascuno per la sua parte, della vigna del Signore. Partendo da qui vorrei fare una riflessione sul dono del laicato, su cosa significa essere laici nella Chiesa, su quale responsabilità concreta è ad essi affidata.
Innanzitutto facciamo chiarezza nei termini, la parola "laico" viene dal greco "laos" (popolo), significa quindi membro del popolo (di Dio). In italiano è usato in almeno due accezioni antitetiche: di non credente (che ovviamente non ci interessa in questa sede) e di membro del popolo di Dio. Sono laici nella Chiesa tutti coloro che non appartengono al clero o a un istituto religioso. A partire dal Concilio Vaticano II si è avvertita l'esigenza di definire il laico non solo per ciò che non è, ma innanzitutto per ciò che è, e si è ritenuto di trovare nel Battesimo il carattere fondante della laicità. è il Battesimo infatti che ci fa "laos", cioè popolo di Dio. Laici quindi sono tutti i battezzati, tutti coloro che hanno ricevuto il dono e la responsabilità della vocazione cristiana. Il Battesimo infatti pone su di noi in parti uguali carismi e responsabilità, (giacché non c'è carisma senza responsabilità). Ad ogni dono di Dio si associa una chiamata che non è solo per l'individuo ma riguarda l'intero corpo ecclesiale ed ha a che fare con il modo in cui l'individuo si inserisce nella Chiesa. La tradizione ecclesiale ha creato una parola tecnica "munus", che significa per l'appunto ad un tempo carisma e responsabilità. Dunque il Battesimo dona tre "munera" ai laici: il munus regale, il munus profetico e il munus sacerdotale.

Un popolo di sacerdoti

Cerchiamo di comprendere il significato che hanno questi doni/responsabilità nell'oggi che viviamo.

Innanzitutto il munus sacerdotale: ogni cristiano è sacerdote. Anche nel libro dell'Apocalisse è scritto che il Signore ha fatto di noi "sacerdoti per il suo Dio e Padre" (Ap. 1,6) e anche il popolo di Israele del resto è definito fin dall'inizio come un popolo di sacerdoti (cfr. Es. 19,6). Cosa significa questo? Significa che tutti noi siamo chiamati ad essere mediatori tra Dio e l'uomo (questo infatti fa il sacerdote) ciascuno nella sua propria condizione e nella sua propria vita.

Il Papa è il sommo pontefice, ma ogni cristiano deve essere "pontefice", cioè costruttore di ponti tra il divino e l'umano, tra il Regno di Dio e la Storia, tra il vangelo e il mondo.
Quest'opera si compie con la preghiera e il sacrificio. Ogni volta che preghiamo, che ne siamo consapevoli o meno, creiamo un ponte tra Dio e il mondo, la nostra preghiera, anche la più privata, la più individuale, ha sempre una valenza "cosmica", coinvolge in realtà il mondo intero. Che lo sappiamo o meno ogni volta che preghiamo portiamo con noi tutto il mondo. Ricordate la visione avuta da Giacobbe a Betel, di una scala dove gli angeli salgono e scendono tra il cielo e la terra (Cfr. Gen 28,12)?. Noi cristiani siamo questa scala, attraverso di noi cielo e terra si toccano.

Questo evidentemente diventa esplicito e ancora più chiaro nella preghiera di intercessione, che fin dall'inizio appare come un dovere fondamentale del popolo di Dio, è quindi un dovere di tutti i cristiani. Noi preti il giorno della nostra ordinazione promettiamo a Dio di pregare ogni giorno per le persone che ci sono affidate, ma ogni cristiano dovrebbe sentirsi coinvolto in quest'opera salvifica. Ecco quindi la prima corresponsabilità: pregare per i fratelli.
Ma non prendete alla leggera questa responsabilità, pregare per i fratelli non significa semplicemente dire una preghierina quando ci si ricorda, tanto per mettere a posto la nostra coscienza. No, chi intercede compie un'opera titanica, si frappone tra Dio e il peccatore, sta sulla breccia, per così dire, lacerato tra l'amore per Dio e la Sua giustizia e l'amore per il fratello che sbaglia. Leggete il bellissimo dialogo tra Dio e Mosè, quando Mosè intercede per il popolo dopo che questi si è fatto un idolo d'oro: Mosè arriva a dire a Dio: "se non vuoi perdonare questo popolo tratta me come loro, che io porti le conseguenze del loro peccato" (Cfr. Es. 32,30-34). Sì, pregare per i fratelli significa essere pronti, come Gesù, a portare le conseguenze della loro colpa, significa sentire una tale solidarietà con loro che perfino la nostra stessa unione con Dio ne è messa in discussione.

Oltre alla preghiera di intercessione il munus sacerdotale si esprime nell'offerta del sacrificio, ogni sacerdote infatti è scelto "per offrire doni e sacrifici per i peccati" (Eb. 5,1). è chiaro che noi non offriamo sacrifici cruenti di animali, l'unico vero sacrificio è il sacrificio di sé, il dono della propria vita e del proprio amore realizzato da Gesù una volta per tutte sulla croce e che noi ripresentiamo a Dio Padre ogni giorno attraverso la partecipazione all'Eucaristia.
Accanto a questo noi possiamo offrire a Dio il sacrificio di noi stessi in due modi: innanzitutto attraverso il martirio, che è il dono del sangue, in cui offriamo il nostro stesso corpo al Signore perché venga il Suo Regno e poi con il sacrificio incruento, che è il sacrificio della lode, ovvero il dono a Dio di sé attraverso il dono del proprio amore, lodare Dio infatti significa espropriarsi di se stessi, significa mettere tutto di sé in una lode che ci porta infine a perderci in colui che amiamo, totalmente abbandonati all'amore e dimentichi di noi stessi.

Questo perdersi in Dio è detto sacrificio perché, come il sacrificio cruento del martirio, porta in un certo modo ad un perdere se stessi, ad un dimenticarsi di sé, ad un dono totale della vita.
Ogni volta che offriamo a Dio qualcosa, tempo, dolore, speranze, disponibilità, noi partecipiamo a questa immensa opera di redenzione del Figlio, è il nostro modo di salire sulla croce, e realizziamo così il nostro munus sacerdotale. Nell'offertorio, durante la S. Messa, questi due aspetti del sacrificio si congiungono, infatti pane e vino sono presentati a Dio come "frutto della natura e del nostro lavoro". In questo modo insieme al pane e al vino mettiamo sull'altare ogni nostro sforzo, ogni nostro impegno, ogni gioia e ogni dolore. Tutto ciò che siamo in quel momento diventa sacrificio, partecipazione all'Unico Grande Sacrificio, che è il dono-di-sé di Gesù sulla croce, che si rinnova in ogni Eucaristia. Così attraverso l'Offertorio ogni sacrificio che noi compiamo per Dio nella nostra vita viene offerto per esserci restituito come Eucaristia, rendimento di grazie, benedizione e lode e soprattutto presenza di Cristo.
Come carismatici poi dobbiamo rilevare che molti dei carismi che sperimentiamo nelle nostre comunità sono connessi al munus sacerdotale. Pensate ad esempio al dono delle lingue. Nel canto in lingue noi sperimentiamo la pienezza della lode, quando il nostro stesso corpo ci è per così dire sottratto ed è offerto a Dio in una preghiera che proprio perché non ha nessun contenuto concettuale è tanto più ricca e piena di amore e priva-di-sé. Nel canto in lingue più che mai noi siamo fatti punta di lancia dell'universo, attraverso il nostro canto la Chiesa intera, tutta la Creazione oserei dire, loda Dio ed è per questo che è ben giusto che noi scompariamo come soggetti e ci perdiamo in questo canto, cosa c'è quindi di più sacerdotale e di più cosmico di questo essere espropriati dall'amore che è il canto in lingue?

Si comprende allora come, in quanto carismatici, in quanto destinatari di questo dono, abbiamo anche una responsabilità. Nostro compito infatti sarà quello di cantare, cantare più che possiamo la lode di Dio e dar voce attraverso il dono delle lingue ad ogni preghiera, per essere così pienamente e veramente sacerdoti del nostro Dio.

Fossero tutti profeti nel popolo di Dio!

Gettare un ponte tra Cielo e Terra significa anche adoperarsi affinché questo ponte venga percorso, per permettere alla parola di Dio di raggiungere gli uomini e perché questi possano avvicinarsi a Lui.

Queste due azioni corrispondono ai restanti "munera": il munus profetico (portare la Parola di Dio agli uomini) e il munus regale (stabilire tra gli uomini il Regno di Dio)
In virtù del Battesimo, ogni laico è profeta oltre che sacerdote. Essere profeti significa non tanto predire il futuro, quanto "parlare con parole di Dio", parlare in Sua vece, annunciare al mondo la Sua parola. Quando siamo stati battezzati il sacerdote ha toccato il nostro orecchio e la nostra bocca dicendo "Il Signore ti conceda di ascoltare presto la Sua Parola e di professare la tua fede", è questo il mandato che abbiamo ricevuto fin dall'inizio della nostra vita cristiana, infatti profeta è colui che ascolta la Parola di Dio e la riferisce al mondo.
È un "dono/responsabilità" dato a tutti e che tutti sono chiamati ad esercitare, ciascuno lì dove il Signore lo manda, che per lo più significherà in famiglia, al lavoro, con gli amici. "Fossero tutti profeti nel popolo del Signore!" (Num. 11,29).
Se ogni cristiano è responsabile della "Corsa della Parola", significa che non possiamo delegare ad alcuni "specialisti" questo compito, anche perché certi luoghi sono accessibili solo ai laici, non potete aspettare che ci sia un prete o una suora a dire la Parola di Dio nel vostro ufficio o nel vostro condominio. Naturalmente ciascuno farà correre la parola secondo la sua vocazione specifica, non tutti sono teologi o esegeti, non tutti sono catechisti e maestri, tutti però sono profeti, a tutti cioè spetta il compito dell'Annuncio.

Far correre la Parola non significa tanto citare la Bibbia a memoria, come fanno i Testimoni di Geova, e nemmeno ripetere il magistero della Chiesa come pappagalli, ma piuttosto lasciare che le nostre stesse parole diventino Parola di Dio, riempiendole di Spirito Santo. è come un filo di rame: in se stesso è freddo e inerte, ma se ci passa la corrente elettrica diventa vivo, caldo, luminoso, pieno di energia...
Così quando è attraversata dalla Parola di Dio la nostra parola diventa efficace, converte i cuori. Una volta un uomo di Dio mi disse: "Tu sai predicare bene, sei intelligente e fai capire a tutti e sai anche toccare il loro cuore ed emozionarli, però ricordati che senza Spirito Santo potresti fargli capire tutto, ma non si convertiranno, potresti addirittura farli piangere, ma non si convertiranno lo stesso, perché è lo Spirito che converte i cuori".
Quando ascolto in giro l'annuncio e la predicazione della Chiesa cari fratelli, devo confessarlo sinceramente: come è raro trovare chi parla davvero nello Spirito! Abbiamo ottimi maestri, intelligenti e preparati, abbiamo ottimi predicatori, capaci di commuovere e di toccare i cuori, eppure... eppure abbiamo così poche, troppo poche, conversioni!

La parola di Dio è viva ed efficace, più tagliente di una spada a doppio taglio (Eb. 4,12), ma in bocca a tanti cristiani questa lama perde il filo, non incide, non taglia, diventa una parola morta, non più spada, ma piuma, usata per accarezzare anziché per tagliare. Eppure il Signore ci domanderà conto di ogni parola inutile (Cfr. Mt.12,36)! Per ogni parola cioè che, detta senza lo Spirito, non porta frutti di conversione noi saremo chiamati a rispondere davanti a Dio!
Quante volte avremmo dovuto dire la Parola di Dio e invece abbiamo taciuto, per timidezza o vergogna! O peggio ancora abbiamo annacquato la Parola, piegandola alle nostre convenienze o al nostro gusto, senza lasciarcene giudicare noi per primi! E quante volte abbiamo avuto paura di coinvolgerci con il "mondo", di rischiare nell'incontro con chi non crede. Ci siamo rinchiusi in noi stessi, confrontandoci e ritrovandoci solo con chi ci è simile, perché così ci sentiamo capiti e protetti, ma in questo modo abdichiamo al dovere fondamentale dell'annuncio cristiano, che invece è un andare "nel" mondo, senza schivarne le asperità.

La Parola di Dio è efficace e non ritornerà a Lui senza effetto (Cfr. Is. 55,10-11), da questo si riconosce il profeta. Così se nello Spirito dite a qualcuno "pace", la vostra pace scenderà su di Lui (Cfr. Lc. 10,6), la parola profetica non lascia mai le cose come le trova, ma è una provocazione, una chiamata che scuote gli uomini, un martello che spacca le rocce, un fuoco che inquieta ed entusiasma, restituisce nuova vita a chi si portava la morte dentro, rinfranca gli spiriti afflitti, fascia i cuori feriti.
Negli Stati Uniti ho spesso sentito dire "words are cheap", le parole costano poco, per dire che è facile parlare, che occorre piuttosto fare, agire. Ma la parola profetica è in se stessa azione, è una parola che cambia la realtà in cui viene detta. Questo perché non è affatto "a buon mercato", anzi.
Il profeta che la annuncia sa bene quanto quella parola è stata pagata, sia perché nel dirla ci mette la faccia, espone se stesso, sia perché la parola di Dio si affila passando attraverso la forgia di una vita cristiana appassionata e rigorosa. Solo chi ha spezzato se stesso nella fatica quotidiana dell'amore può dire parole che siano davvero efficaci. Sarà forse per questo che nella Chiesa scarseggiano i profeti? Perché scarseggia l'amore? E dire che tutti, tutti, nessuno escluso dovremmo portare questa responsabilità.
Certo, profetizzare non vuol dire necessariamente impugnare la clava, o fare le crociate, esiste una "profezia silenziosa", un "vangelo gridato con la vita" (per dirla con Charles de Foucauld) che in certe situazioni è la sola profezia possibile, tuttavia dobbiamo essere assolutamente certi che non è il timore o l'opportunismo a spingerci al silenzio, ma piuttosto la considerazione oggettiva che il nostro silenzio serva davvero la Parola. Se parli, parla per amore, se taci, taci per amore, sia l'amore la tua guida in ogni cosa e non sbaglierai. Ha servito assai di più il Vangelo la silenziosa ed amante presenza dei Francescani nei luoghi santi che tutte le crociate.
Nella preghiera carismatica sperimentiamo molte volte la potenza della Parola profetica, pensate ad esempio alle cosiddette "parole di conoscenza", o ad altri doni che vediamo manifestarsi nelle nostre preghiere, doni di annuncio, di predicazione, di insegnamento...
C'è però un duplice rischio da cui dobbiamo guardarci, il primo è quello di limitare questa azione carismatica all'interno dei nostri incontri. Chi è profeta è profeta sempre, in Comunità come in casa, al lavoro, come con gli amici. Non possiamo mai dismettere o delegare la responsabilità affidataci dal Battesimo, non possiamo permettere che la Parola sia incatenata, perché gli uomini, tutti gli uomini, sono in attesa di essa. Non possiamo nasconderci nel comodo delle nostre parrocchie o comunità, dove non rischiamo niente perché troviamo solo persone che hanno il nostro stesso sentire. Condividere la responsabilità dell'annuncio significa rischiarsi in tutti gli ambiti in cui si incontrano le persone, essere appassionati di incontri e dialoghi, non perdere occasione per ascoltare e parlare, perché non c'è annuncio senza dialogo.

L'altro rischio, anche peggiore, è quello di usare la Parola di Dio come veicolo per affermare le nostre opinioni o peggio ancora per mettere in mostra noi stessi, in questo modo da servi ci facciamo padroni della Parola, diventando profeti di noi stessi e non di Dio. Il vero profeta sarà più umile della stessa polvere, sapendo bene di essere lui stesso uno strumento inutile e non il protagonista della corsa della Parola.
Sarà per questo, perché pochi tra noi si prendono la responsabilità profetica, che le nostre preghiere troppo spesso diventano verbose esibizioni, che annoiano Dio (cfr. Is. 1,10-17) e non sono di alcun frutto a chi partecipa? Se davvero Dio ci chiamerà a render conto di ogni parola inutile, cosa gli risponderemo?

Regnare con Gesù

Continuamente nell'A.T. Dio viene definito "re", gli apostoli, senza nessuna mediazione, applicano questo titolo a Gesù, tanto che Egli stesso viene ad identificarsi e confondersi con "il regno di Dio" annunciato dai Vangeli. Gli esegeti e gli interpreti del N.T. sono concordi nel sottolineare che Gesù in persona è il Regno di Dio.
Quello che però è raramente sottolineato nella catechesi e nella predicazione della Chiesa è che i cristiani non sono semplici sudditi in questo Regno, ma sono chiamati a regnare insieme a Gesù; eppure la stessa liturgia ce lo ripete. Nel Terzo Canone eucaristico il sacerdote recita:
"Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito, perché possiamo ottenere il regno promesso insieme con i tuoi eletti..." e del resto Gesù stesso dice chiaramente: "voi che mi avete seguito... siederete su dodici troni" (Mt. 1,28).Per questo, per evitare equivoci e perché non montiamo in superbia, Gesù dedica una particolare attenzione al tema del Regno di Dio, spiegando con molta cura come sia da intendere e che cosa significhi il regnare con Lui, tanto che si potrebbe dire che l'annuncio del Regno di Dio è il tema centrale della sua predicazione.

Prima di addentrarci in questa spiegazione però ribadiamo ancora una volta il punto capitale: il Battesimo ci fa re, grazie ad esso abbiamo ricevuto il munus, il dono/responsabilità di regnare con Cristo. Sì, ogni cristiano è re, cerchiamo di comprendere insieme come va vissuta questa regalità e quale responsabilità pone su di noi.

"Il mio regno non è di questo mondo" (Gv. 18,36). Quando Gesù dice questa frase a Pilato intende dire che il Suo regno risponde ad una logica completamente diversa dai regni di questo mondo, ma non che è una realtà del tutto spirituale e disinteressata alle cose terrestri, altrimenti diventerebbe incomprensibile la stessa categoria di Regno.
In realtà il regno di Dio esprime la signoria universale di Gesù su tutta la creazione, tanto è vero che è per annunciare il regno di Dio che egli guarisce i malati e caccia i demoni (Cfr. Lc. 11,20). Esorcismi e guarigioni, tra i tanti miracoli di Gesù, sono quelli che più di ogni altro annunciano il Regno di Dio; per due ragioni: innanzitutto perché sono una grande manifestazione del suo amore per i sofferenti, gli ammalati e gli esclusi, poi perché manifestano che le forze più oscure della creazione, le potenze angeliche e quelle della natura, sono sottomesse alla sua volontà e alla sua autorità. Quando alla fine dimostrerà di avere potere sulla morte stessa, questo più di ogni altra cosa segnerà l'inizio del suo Regno.

Nel Vangelo è assolutamente chiaro che Gesù trasmette ai suoi l'autorità di scacciare i demoni e di guarire i malati e che questo potere è strettamente connesso con l'annuncio del Regno di Dio (Cfr. Lc. 9,1-2). Quindi si può dire che il potere di regnare con Cristo è già implicito nella missione di annuncio che, come abbiamo visto nel capitolo precedente, è su ogni cristiano: annunciare Cristo e regnare con Lui sono due aspetti inseparabili della vocazione cristiana; regnare è annunciare.
Naturalmente questo regnare con Cristo non è paragonabile al modo di regnare del mondo, per questo Gesù dice che il suo Regno non è di questo mondo, chi regna con Cristo non lo fa cercando l'onore o l'interesse proprio, ma al contrario, regnare con Cristo è servire (Cfr. Lc. 22,24-27 e Gv. 13,1-17), è umilmente assumere su di sé la responsabilità per il mondo intero, tanto che come dice la liturgia nel giorno di Cristo Re si può dire che il trono da cui regna Cristo è la croce. Sì, regnare con Cristo è aiutarlo a portare la croce, facendoci carico anche noi di assumere la nostra.
Torniamo ora al tema della corresponsabilità dei laici nell'azione della Chiesa. Cosa significherà nell'oggi ecclesiale questo munus di regnare con Cristo?

Come carismatici, dobbiamo innanzitutto riconoscere che abbiamo ricevuto da Dio una vocazione speciale ad esercitare il ministero della guarigione e della liberazione. Fin dall'inizio nella nostra storia questi carismi si sono manifestati con potenza in modo sorprendente e vale la pena di chiederci se non siamo diventati troppo timidi nell'esercitarli! Se è vero che Dio ci ha mandati a guarire i malati e scacciare i demoni (Cfr. Mc. 16,17-18) allora la nostra prima responsabilità è questa ed a questa corresponsabilità non possiamo mai venire meno, pena il venir meno a noi stessi e alla vocazione che abbiamo ricevuto. Una comunità carismatica esiste per annunciare il Regno di Dio e per farlo innanzitutto attraverso i carismi della guarigione e della liberazione. Bisogna però dire francamente che non si può indossare questi carismi come vestiti che si dismettono quando non sono comodi o convenienti. Per esercitare guarigione e liberazione in maniera efficace dobbiamo assumere su di noi due caratteristiche fondamentali del regno di Cristo, che sono autorità e compassione. Nessuna liberazione sarà efficace se non è compiuta nell'autorità di Cristo, come nessuna guarigione porterà frutto se non è compiuta nella Sua compassione.
In definitiva per regnare con Cristo dobbiamo avere la Sua autorità e la Sua compassione, la parola autorità viene dal verbo latino "augeo", e letteralmente significa la capacità di far crescere; questa prima indicazione deve farci riflettere, l'autorità non coincide con lo sbattere i pugni sul tavolo e imporre la propria volontà, essa piuttosto è il riflesso della Verità. è autorevole colui che è vero. La compassione invece è la capacità di com-patire, di sentire in noi stessi la sofferenza dell'altro, di farci quindi carico della sua fatica e del suo dolore facendoli nostri. Chi non sa scorgere nel volto dell'altro la sofferenza, chi non sa piegarsi con amore su questa sofferenza come potrà guarirla? Verità e Amore quindi sono le coordinate fondamentali attraverso cui siamo chiamati a realizzare il Regno di Dio in questo mondo e non devono essere mai disgiunte: una verità detta senza amore è ideologia, un amore dato senza verità è un sentimentalismo inefficace.

Va da sé che non tutti, nemmeno in una comunità carismatica, sono chiamati ad esercitare in maniera straordinaria i carismi di guarigione e liberazione, ma questo non deve valere per una de-responsabilizzazione, accanto alla forma straordinaria infatti esiste anche una forma ordinaria che è invece responsabilità di tutti ed a cui tutti sono chiamati. Chi combatte il male in qualsiasi forma non sta forse liberando dal maligno? L'assistente sociale che riesce ad impedire un aborto, il volontario della Caritas che si batte per la dignità di un immigrato, il politico che difende il diritto dei più deboli o anche il padre di famiglia che salva i suoi figli dalla droga o dall'immoralità o la madre che conserva la pace in famiglia non combattono forse il maligno? E colui che guarisce il prossimo dall'ignoranza o dalla depressione anche solo attraverso il consiglio e l'insegnamento non lo fa forse con la forza dello Spirito Santo? E chi si dedica anche in casa propria alla cura dei malati non fa altrettanto? A volte temo che l'enfasi sulla dimensione straordinaria della vita carismatica ci faccia perdere di vista l'ordinaria azione che è richiesta ad ogni cristiano.
All'inizio della nostra storia siamo stati testimoni di grandi prodigi, quasi letteralmente vedevamo satana "cadere dal cielo come la folgore", spesso però abbiamo dovuto riscontrare che i demoni scacciati ritornavano in forze e la condizione della persona liberata diventava peggiore di prima, forse perché abbiamo trascurato di rendere stabile la liberazione con un autentico cambiamento di vita (Cfr. Mt.12,43-45).

Credo che sia giunto il momento di chiederci se il Signore non ci domanda un'evoluzione, una crescita di consapevolezza nella comprensione di questo ministero, combattere il maligno infatti non può limitarsi all'azione di una preghiera, per quanto autorevole e ispirata, deve invece diventare un ministero globale in cui ci si preoccupa di liberare non solo le persone, ma tutto il contesto in cui vivono, altrimenti la singola liberazione risulterà inefficace o perfino dannosa. A che serve liberare un uomo dall'azione del male se non lo si libera anche dall'ambiente sociale o culturale di peccato in cui è costretto a vivere? E a che serve allentare la presa del maligno su un singolo individuo se si tollera che stringa nella sua morsa una società intera?
Vivere in una società dove tutto è commerciabile, dai valori morali alla dignità delle persone, dove non esiste più alcuna moralità né pubblica né privata, ma tutto è sottomesso alla logica del profitto, vivere in una città corrotta e violenta, in un quartiere dove si spaccia o ci si prostituisce senza pudore, dove l'impunità regna sovrana e il diritto è diventato anch'esso merce di scambio, lavorare in una scuola dove nessuno più si sforza di educare o in un ospedale dove l'umanità del malato è negata o in un ufficio dove la corruzione è la regola quotidiana, abitare in un quartiere dove i diritti dei più deboli vengono conculcati, mentre i poveri attorno a noi aumentano sempre di più, o anche semplicemente assistere alla disgregazione delle nostre famiglie, divise e lacerate da interessi e violenze nascoste non è forse vivere sotto il Regno del maligno? E come potrebbe pregare per la liberazione chi si voltasse dall'altra parte per non vedere certe situazioni o addirittura se ne facesse complice?
Noi cristiani non possiamo rassegnarci a certe situazioni, non possiamo accettarle come inevitabili, pena il negare nei fatti ciò che affermiamo a parole, dobbiamo anzi combatterle con tutte le armi a nostra disposizione, ordinarie e straordinarie, spirituali, ma anche culturali e politiche. Di fronte allo sfacelo morale a cui stiamo assistendo non è affatto sufficiente ritirarci in disparte rinchiudendoci nel nostro piccolo paradiso privato, che in realtà poi non è affatto un paradiso, giacché il cielo che tollerasse di avere sotto di sé una terra ridotta ad inferno non potrebbe in alcun modo essere il paradiso.
Prima di inviarlo a liberare il popolo di Israele, Dio fa sentire a Mosè il grido di sofferenza del popolo (Es. 3,7), dimostra così di essersi fatto suo prossimo, questo è l'inizio di ogni ministero di liberazione, di ogni affermazione del Regno di Dio. Non regna con Cristo chi non sa udire il grido del popolo. La compassione è l'inizio del Regno di Dio, quanti oggi, anche tra noi, sono capaci di sentire questo grido? Quanti permettono alla compassione di trasformarsi in energia, vitalità, rabbia, indignazione, creatività e gioia che ci diano speranza e forza per costruire un mondo nuovo?
Papa Paolo VI nell'enciclica Populorum Progressio definiva questo mondo nuovo, quello costruito dal Regno di Dio, "La civiltà dell'amore". Colui che in qualsiasi forma combatte per realizzare questa civiltà dell'amore esercita la sua corresponsabilità di regnare con Cristo. I laici sono chiamati in maniera particolare a vivere questo terzo munus perché il loro compito è esattamente quello di affermare il Regno di Dio là dove è dimenticato, cioè nelle varie dimensioni della società, nella politica, nella cultura, nel lavoro eccetera. Essere corresponsabili del Regno significa trasformare questo mondo nella Civiltà dell'Amore.

In conclusione

Ritorniamo ora alla frase del Papa da cui siamo partiti: è ora di passare dalla collaborazione alla corresponsabilità. Questo significa che, nella fedeltà ai nostri pastori, agli uomini scelti da Dio per guidare la Chiesa e la nostra Comunità, non possiamo restare passivi esecutori di ordini, al contrario dobbiamo mettere ogni intelligenza e creatività nella nostra azione sacerdotale, profetica e regale esercitando i nostri munera lì dove necessario.

È ora di comprendere che il laico nella Chiesa non compie la sua vocazione imitando i preti, non abbiamo bisogno di "preti supplenti", ma di uomini e donne che si assumano la loro responsabilità e vivano i loro carismi in un modo sostanzialmente differente, secondo quella che è la vocazione di ciascuno, nell'ambito e nel luogo che a ciascuno è proprio, famiglia, ufficio, condominio, associazione, club, sindacato o partito politico che sia, sapendo inventare percorsi nuovi, trovando sentieri non ancora battuti per annunciare il Vangelo e modi sempre nuovi di affermare il Regno. Ciascuno viva il suo proprio ministero in un'armonia ordinata senza avere la presunzione o la pretesa di invadere il campo dell'altro, tanto più che la situazione intorno a noi è così grave che occorre davvero rivolgersi al campo immenso che è il mondo piuttosto che litigare attorno all'orticello di casa nostra. Come diceva Papa Giovanni Paolo II nel 1995 rivolgendosi alla diocesi di Roma: "La Chiesa trova se stessa fuori di se stessa".

Corresponsabilità significa che ciascuno deve sentirsi responsabile della responsabilità di tutti, è mia responsabilità se un fratello, al limite anche un pastore, non compie la vocazione che ha ricevuto, mio dovere quindi sarà di esortarlo, di spingerlo ad assumersi la sua vocazione come il Signore la propone. Non si tratta di sostituirsi a lui, questo porterebbe il caos all'interno della Comunità, ma piuttosto di aiutarlo a svolgere il suo compito nella maniera più responsabile, non certo restando alla finestra e criticando, né esautorandolo della sua responsabilità, ma piuttosto nella fraternità e nella condivisione. Questo è possibile solo se ci spinge un grande amore comune, una passione per Cristo e la Chiesa che ci fa fratelli in un'unica missione.
I pastori invece dovranno preoccuparsi di far crescere questa corresponsabilità non contristando lo Spirito, ma al contrario suscitando vocazioni e ministeri, tollerando sbagli a volte, in nome di un bene più grande che è la crescita della Comunità nella corresponsabilità. Se il Signore ci domanda di passare dalla collaborazione alla corresponsabilità, il primo dovere dei pastori sarà di circondarsi non di meri esecutori ma di persone capaci di esercitare liberamente e con intelligenza la propria vocazione cristiana.



 
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